LIBERI DENTRO / progetto d’arte e design sociale

Liberi dentro è l’interessante progetto, nato dall’incontro del curatore Giacinto Di Pietrantonio con il gruppo di design cosentino OVO (Maurizio Orrico – Enrica Vulcano) e il laboratorio di ceramica per detenuti, all’interno del penitenziario di Rossano Calabro, fondato dal ceramista Pierfrancesco Pirri, che dal 2006 ha iniziato una produzione di oggetti tipici della tradizione artigiana calabrese.Qui è nato un marchio: CLAN9999, che arriva a produrre fino a 20.000 pezzi al mese, ed il salario viene destinato alle famiglie.
Il curatore ha pensato di mettere in connessione questo virtuoso laboratorio con 13 artisti e designer, invitati  a progettare un posto tavola (sottopiatto + piatto piano + piatto fondo + piattino + bicchiere), ed affidando la produzione al laboratorio; il progetto è stato poi presentato durante la scorsa Milano Design Week, con l’esposizione Liberi Dentro, presso lo Showroom Drumohr, storica azienda nata in scozia nel 1770, acquisita e dalla famiglia Ciocca, produttrice di maglieria di pregio.
La realizzazione, coincisa con il cinquecentenario della morte di Leonardo, è partita pensando ad un’ultima cena contemporanea: gli oggetti diventano emblema di una rappresentazione simbolica, rivisitandola e ricollegandola ai nostri giorni, conquistando un’accezione attuale.
Il progetto ha unito all’elevatezza intellettuale del pensiero artistico contemporaneo, le sapienze manuali e tradizionali della cultura artigiana, stabilendo un incontro con la memoria, in un contesto che nobilita luoghi inusuali con la produttività creativa, rivelando risorse inaspettate.

Ne sono emerse rappresentazioni legate alla memoria individuale, come nel caso di Mario Airò, che ha scelto di rivolgersi ai materiali tradizionali della sua terra d’origine, la Puglia, riportando la decorazione tradizionale al bordo delle ceramiche, e rappresentando in centro i pittogrammi magico-simbolici ripresi dai trulli ad Alberobello; e di Patrick Tuttofuoco, che racconta attraverso l’oggetto, un suo ricordo d’infanzia: la squadra di pallacanestro olimpica maschile degli Stati Uniti del 1992, soprannominata “Dream Team”.

Progetti che hanno snaturato la funzione dell’utensile, facendone emergere piuttosto la forza concettuale, come nel lavoro di Fabio Novembre, in cui gli oggetti “rinunciano a contenere”, lasciano piuttosto che tutto fluisca, attraverso fori simbolici che permettono di attraversarlo; i lavori enigmatici di CTRLZAK (Katia Meneghini – Thanos Zakopoulos), che con Made In / Fatto Dentro giocano su “una visione paradossale”: oggetti dall’anima capovolta, che stravolgono l’ordinario, facendone emergere gli aspetti nascosti; e i lavori intriganti di OVO (Maurizio Orrico – Enrica Vulcano), utensili apparentemente deformabili, dall’aspetto morbido, che trasmettono a chi osserva un senso di caducità, simulando materiali insoliti.

Altri hanno invece sperimentato con il segno, come Jan Fabre, che ha realizzato degli schizzi a matita e sangue (proprio) raffiguranti immagini legate a Cristo; Ugo La Pietra realizza delle rappresentazioni di case-albero, in una meditazione sul rapporto tra natura ed architettura; le frecce colorate di Alessandro Mendini, che esplorano vorticosamente lo spazio terso dell’oggetto; le lettere di Lorenzo Marini, che hanno l’intento di “unire la parola al gusto” attraverso caratteri separati dal significato consueto; le decorazioni ordinate-disordinate tracciate da cerchietti vivaci di Paola Pivi, mimando i disegni colorati dal tratto incerto dei bambini, da contare all’infinito, come rituale ascetico per elevarsi verso il pensiero creativo.

Realizzazioni funzionali componibili, come l’oggetto di design progettato da Denis Santachiara, un unico arredo che contiene tutti gli elementi del posto tavola, da scomporre all’occorrenza.

Opere ironiche e provocatorie, come gli oggetti pensati da Vedovamazzei (Simeone Crispino – Stella Scala): che giocano con l’acronimo-logo inglese UN delle Nazioni Unite, trasformandolo in United of Nothing; o come il posto tavola progettato da Atelier Biagetti (Alberto Biagetti – Laura Baldassari), marchiato “Grand Hotel Biagetti”, immaginando provocatoriamente l’ultima cena in un Hotel a 5 stelle.

Il motore è stato il confronto, che ha messo in relazione artisti, designer e artigiani, in un progetto che indaga i simboli occidentali, i concetti di libertà di espressione e condivisione, il senso dell’arte nel sociale, la dignità dell’artigianalità e del lavoro.

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