BUONI PROPOSITI.

Favara 10 aprile 2020 Fabbricare Fiducia insieme a LILLO GIGLIA. 100 amici-visionari rispondono ad una sola domanda: Cosa (e come) potrebbe e dovrebbe diventare l’Italia e/o il Mondo non appena avremo messo il punto a questa terribile pandemia?

Adesso immaginiamo, per un attimo (ma presto sarà così), che arrivi il tanto atteso “annuncio” dell’amatissimo Super Premier Giuseppe Conte. A reti unificate, pettinatura impeccabile, cravattino con nodo riuscitissimo, occhi lucidi e aria commossa, comunicherà: 

Cari Italiani, il Covid-19 è stato del tutto debellato. Adesso è una certezza! Siete stati fantastici, gli sforzi fatti in questi ultimi lunghi mesi sono serviti a fermare il nemico invisibile. Il Vostro comportamento è stato a dir poco esemplare, l’Italia dei Michelangelo, Leonardo e Raffaello, l’Italia di Fellini e del vecchio cinema italiano, del design e della moda è orgogliosa di tutti Noi. Adesso, l’avanzamento del processo grottesco dei nuovi mestieri italiani, dei mariti pantofolai improvvisamente diventati “cucinieri e pizzaioli” in atto, è finito. Ripartiamo da nuove regole, da nuove certezze, da un nuovo orgoglio che porterà il nostro “Bel Paese” ad essere il migliore al Mondo. Nessuno può fermare la nuova ascesa, avremo il “nuovo Rinascimento Italiano”! Bambini, anziani, donne e uomini, DALLE ORE 18:00 DI OGGI, POTETE USCIRE. 

E improvvisamente, prima dell’ora stabilita, nelle strade e nelle piazze si riversano migliaia di persone. 

Gente che corre, pianti di gioia, qualcuno inaspettatamente che ritorna negli uffici di lavoro perché ne sente il bisogno (anche se chiusi), clacson impazziti, grida e urla di felicità. Scene mozzafiato, paragonabili ai Mondiali di calcio 2006 quando gli azzurri si aggiudicarono il titolo di “Campioni del Mondo”.

Ed è così che, dopo il fatidico annuncio, nell’uomo italiano ritorna quella voglia matta di vivere e andare a lavoro fischiettando, incontrare normalmente le persone, riappropriarsi del tempo perduto e replicare alcune (forse molte) vecchie abitudini. 

Qualcuno narra che il mondo di domani sarà – per forza di cose – un mondo migliore, soprattutto carico di desideri; si cancelleranno alcuni errori del passato e saremo tutti inaspettatamente più “belli e buoni”

Insomma, la parola d’ordine sarà: “FUTURO”. Progettare il FUTURO.

Prendo in prestito la descrizione, a dir quasi perfetta, di “FUTURO” che Maurizio Carta fa nel suo bel libro appena pubblicato, “FUTURO” politiche per un diverso presente

Dobbiamo reimpadronirci delle capacità di progettare futuro a partire dall’attivazione di un diverso presente dei luoghi che abitiamo. La costruzione del futuro come esito consapevole delle nostre azioni collettive capaci di modificare il presente che non ci piace poiché produrrebbe il futuro che non vogliamo

Credo che non ci sia modo più appropriato per descriverlo. Alcuni processi evolutivi di fatto in corso saranno accelerati come mai si è visto prima e si avrà la “sensazione” che ci siano tutti i presupposti per assicurarci un modo di vivere diverso, più condiviso e contagioso, oltre che efficace. La nostra vita, a quanto pare, non tornerà più la stessa di prima.

E poi si continuerà a parlare di lavoro intelligente o lavoro agile. Ma a noi italiani non piace chiamarlo così, non sa di nulla. Ogni tanto capita che anche noi vogliamo globalizzarci. Ci piace chiamarlo smart-working, perché “sa di più figo, questo super-parolone”. A quanto pare, sembrerebbe essere questo il termine più utilizzato dopo le parole “pandemia” e “coronavirus” ed è la parola chiave in queste ultime settimane di emergenza.

Secondo Wikipedia, questo indicherebbe «una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa.» 

Quindi, una nuova modalità di lavoro (l’Italia tra i paesi più in ritardo nell’applicarla) ovvero lavorare a casa, tastiere alla mano, anziché in ufficio. Immaginiamo quanto risparmierebbero le aziende, alcuni uffici pubblici e un bel po’ di studi professionali se la sua applicazione fosse una routine di fatto, non un espediente per arginare il contagio continuando a produrre a ritmi serrati: fare un elenco delle spese evitate – ancorché evitabili – sarebbe quasi impossibile. Insomma, potrebbe essere tutto meno costoso.

Tra gli innumerevoli vantaggi dello smart-working, meno stress anche per i dipendenti: spostamenti limitati e, di conseguenza, traffico evitato, qualche incidente in meno, utilizzo e spese di gasolio dimezzati, costo dei pranzi quasi azzerato. Molti, tra l’altro, non sarebbero più costretti a sopportare la presenza di qualche antipatico collega. Nei luoghi di lavoro, l’empatia è un aspetto fondamentale, determinante per essere efficaci e produttivi.

Questa nuova modalità lavorativa cancellerà, in alcuni casi, l’imbarazzante – e per chi osserva, divertente – rito del “timbro del cartellino” in  entrata e in uscita; forse tra un po’ di anni, per ricordarci di questo famoso “rito” dovremmo riguardare uno dei fantasmagorici film del ragionier Ugo Fantozzi.

Insomma, non conterà più il tempo che si passerà in ufficio, ma ciò che si produrrà, dove e quando vorremo. Alcuni sono avvertirti, anche Checco Zalone quanto prima dovrà adeguarsi. In parte, diventeremo (forse) tutti dei piccoli imprenditori. Sarà un’occasione unica per rivedere, soprattutto, i ceppi di una burocrazia lenta e macchinosa che ormai nessuno controlla più e capirne le ragioni della sua disfunzionalità.

Quindi, abbiamo finalmente capito che l’introduzione di nuove modalità di lavoro può determinare diversi benefici, tra cui: velocità di esecuzione, aumento della produttività con conseguente riduzione dei costi e, in particolar modo, la riduzione delle emissioni di “agenti inquinanti”.

A proposito della relazione tra coronavirus, inquinamento atmosferico e qualità dell’aria si è scritto e detto tanto: dato certo è che i satelliti mostrano meno smog. Ne abbiamo le prove.

Il nostro pianeta mai era stato così sofferente, ingolfato! O forse sì, solo che i potenti (ma soprattutto Noi) hanno avuto altro da fare; altro che occuparsi di sostenibilità ambientale! Adesso, come non mai, ci chiederemo ancora con molta più convinzione come saranno le città del futuro: forse la tecnologia potrà venirci in aiuto evitando che diventino anche super inquinate, attraverso nuovi sistemi di accumulatori solari, auto elettriche, piantumazione di nuovi alberi e innovative stazioni wifi. 

Credo che dovremmo imitare più le gesta della giovane Greta Thunberg, futuro premio nobel: oltre che alla difesa dell’ambiente, il suo più importante messaggio è quello che si riferisce all’approccio straordinario alla vita in generale. Per una volta, forse, dovremmo sentire veramente il bisogno di essere “contagiati”, come non mai, da straordinari modelli viventi ed emularli fino in fondo.

Sicuramente un modello da seguire, con attenzione e fiducia, è quel gran genio di Peter Diamandis, grande esperto di innovazione e non solo. Si è già mosso il culo, lui – e da tempo -, su come intervenire nel prossimo futuro. Diamandis ha co-fondato la Singularity University (SU), “un’università interdisciplinare con la missione di riunire, educare e ispirare un gruppo di leader che si sforzano di comprendere e facilitare lo sviluppo di tecnologie che avanzano esponenzialmente per affrontare le grandi sfide dell’umanità. Con il supporto di una vasta gamma di leader nel mondo accademico, commerciale e governativo, SU spera di stimolare il pensiero innovativo e dirompente e le soluzioni volte a risolvere alcune delle sfide più urgenti del pianeta. SU si basa sul campus della NASA Ames nella Silicon Valley ed è supportata da numerosi fondatori e partner aziendali tra cui Autodesk, Cisco, Nokia, Kauffman Foundation e Planet Ventures”.

Iniziativa a dir poco fantastica. In piccolo, nelle nostre comunità potremmo farlo anche noi.

L’ARCHITETTURA CHE GENERA FIDUCIA.

Esiste un’architettura che genera fiducia? La fiducia genera futuro, dà credito a una possibilità e trasforma l’inevitabile in imprevedibile. È condizione necessaria di un bene condiviso.

Ecco: la buona architettura fa parte dei cambiamenti, racconta delle storie, rende le città luoghi migliori in cui vivere; se condivisa genera fiducia, da possibilità, fa stare meglio. In una città più bella si esprimono più desideri, si vive più contenti e questo è a dir poco fantastico.

Il momento che stiamo vivendo – tra le altre cose –  ci porta a riflettere sulle nostre città, attualmente vuote, bellissime e silenziose, e capire cosa fare. Sicuramente lo sviluppo tecnologico esponenziale cambierà radicalmente il modo in cui costruiremo e riorganizzeremo le nostre città future. 

Ma “smart working”, per noi architetti, che significa? Per noi sarà una modalità di lavoro esaustiva? Possiamo liberarci del tutto da quello che eravamo abituati a fare? 

Non mi sforzo neanche di riflettere sulla risposta da dare, perchè l’ha già fatto, in un’intervista che ha rilasciato qualche giorno fa, Mario Cucinella: parole che condivido appieno e che riporto. Lo smart working è interessante, ma in realtà in un lavoro come il mio si può fare parzialmente perché parliamo di un lavoro di relazione, di scambio costante e quotidiano attraverso mille forme: dal prendere insieme un caffè alla discussione su un progetto. Questa parte di socialità con lo smart working non c’è. La progettazione ha bisogno di dialogo, del disegno “fisico” e della sua interpretazione. «Lo smart working – chiarisce l’architetto bolognese – è un metodo di lavoro che apre scenari interessanti e sicuramente da migliorare e considerare per il futuro ma che non può sostituire completamente il rapporto sociale del nostro lavoro».

L’architettura, alla fine, è l’arte di costruire edifici. Viva l’architettura. 

L’ALTRO VIRUS (questa volta tecnologico)

Cosa accadrebbe se internet per molti mesi smettesse di funzionare? 

Ammettiamolo: molti di noi andrebbero in tilt? 

Immaginate lo scenario.

Ecco anticipato il prossimo tema di “fabbricare fiducia – internet”

Immaginate un po’: torneremo nelle piazze, riascolteremo i comizi, frequenteremo i circoli, andremo al mercato, busseremo alle porte per cercare un amico, metteremo gli avvisi nuovamente sulle bacheche, ritorneranno i banditori con i rulli dei tamburi, riorganizzeremo le passeggiate domenicali per vedere la ragazza che ci piace, rimetteremo nuovamente il telefono a casa e quante altre cose ancora. E noi architetti? Ripartiremo sicuramente dagli schizzi, dai plastici e dai sentimenti che, di certo, saranno più forti. E più veri.

Lillo Giglia si laurea in Architettura a Palermo.

Dal 2004 svolge attività professionale singola e associata, realizzando interventi di architettura residenziale, architettura degli interni, architettura sacra, allestimenti artistici e interventi di recupero nei centri storici, ricevendo riconoscimenti significativi nel panorama nazionale e raccogliendo consensi da parte della critica e della stampa specializzata.
Collabora alle attività connesse ai corsi di progettazione architettonica e museografia presso la Scuola Politecnica di Palermo e svolge attività di ricerca.
Ha partecipato a numerosi concorsi, premi, workshop, seminari, mostre e organizzato manifestazioni legate al mondo dell’architettura.
Nel 2012 ha partecipato alla mostra “Giovani architetti italiani/Incontro sull’architettura contemporanea”, evento collegato alla tredicesima “Mostra Internazionale di Architettura”, Biennale di Venezia – Padiglione Italia.
È socio fondatore di diverse fondazioni culturali e membro attivo della Farm Cultural Park, centro culturale contemporaneo, che promuove la riqualificazione urbana di Favara attraverso l’arte contemporanea, il design e l’architettura. È docente di SOU, la Scuola di Architettura per bambini di Farm Cultural Park.

Nel marzo 2016 ha vinto il concorso nazionale di progettazione per il “Nuovo Complesso Parrocchiale Santa Barbara” a Licata, Agrigento (in corso di realizzazione).

Con il progetto QUID Vicololuna, nel novembre 2016, ha vinto il primo premio RI.U.SO_05, promosso dal CNAPPC e dalla Biennale di Venezia.

Tale progetto è stato selezionato da Mario Cucinella per Arcipelago Italia ed esposto al Padiglione Italia della XVI Mostra internazionale di Architettura a Venezia 2018 (Biennale di Venezia).

Nel 2018 ha ricevuto un importante riconoscimento internazionale vincendo il “primo premio Mediterranean Mimar Sinan Prize”, Istanbul.

Nel 2019 ha partecipato alla Biennale di architettura di Pisa – III Edizione “TEMPO D’ACQUA”.

Fabbricare Fiducia è un progetto Farm Cultural Park in tempo di coronavirus e muove da due fatti indiscutibili:

  1. C’è un mondo da ripensare
  2. In più, abbiamo il tempo per farlo

Siamo in tanti a credere che nulla sarà come prima, ma difficilmente sarà come vorremmo che fosse se non inizieremo a sognarlo, progettarlo e raccontarlo.
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