Design: a sessant’anni si può e si deve cambiare!

Riflessioni dopo il Salone, Milano, il Design del mondo

Solo qualche settimana fa Milano è tornata ad essere capitale internazionale del progetto di prodotto, interni, complementi d’arredo: Il Salone del Mobile, edizione 2022, compie i 60 anni e riprende, dopo la pandemia, la sua corsa! Milano lo accoglie, pronta, con entusiasmo e interesse, ma come sempre con assurdi rincari di hotel, ristoranti e ogni altra forma commerciale. Non mi è sembrata la stessa Milano di sempre, meno presenze di quelle dichiarate (si parla di circa 300.000, ma in realtà sono state almeno 100.000 meno, ovvero 262.000 quelle “effettive”), meno famiglie domenicali per il giro “design”, ovvero meno partecipazione della città, meno coralità, più individualità, meno Milano da bere nelle feste varie, meno novità (per fortuna!), meno design, ma arriva finalmente qualche pensiero sul mondo impazzito e sulle nostre esistenze, sull’abitare, sul vivere lo spazio delle case, delle città.

Ancora poco, però, davvero meno di quanto sarebbe necessario, per esempio per provare a spostare investimenti colossali, come quelli che toccano alle aziende per comprare e allestire uno stand in Fiera (per una settimana), con cifre che toccano il milione di euro! Il Covid-19, oltre che “grande urbanista” si rivela anche grande designer ed economista, nel momento in cui mette in luce, e fa piazza pulita delle tante banalità che ad ognuna di queste occasioni si palesano con il pretesto di essere inserite nella grande kermesse e dunque legittimate: ora tutto è più intellegibile, e tra la realtà e l’immaginazione lo scarto si è notevolmente ridotto!

Milano che si riprende dal letargo Covid

Cominciamo il nostro Grand Tour milanese da alcune postazioni del Fuorisalone, e dal megaevento che ogni anno la rivista “Interni” promuove nel cortile dell’Umanitaria, l’università centrale di Milano, una prova di forza con la quale ogni volta sono entusiasti di misurarsi aziende e progettisti, ma una prova di forza altrettanto dispendiosa dal momento in cui le cifre sono spropositate per architetture effimere, nel solo periodo della Design Week, o al massimo per la sola settimana di proroga successiva. Mi chiedo, senza polemica alcuna, se non sia più intelligente, oggi, in piena crisi energetica, conflittuale, ambientale, urbana, una alternativa idonea quale impiegare il talento dei progettisti e le significative risorse delle aziende, in interventi definitivi nelle periferie di Milano, nelle tante piazze e luoghi collettivi che meritano di essere riorganizzati per una migliore qualità della vita. L’effimero è un retaggio di una stagione economica opulenta, che non mi pare, oggi, si possa ripetere nelle medesime forme di un tempo.

Passiamo alla giocosa macchina energetica degli amici Italo Rota e Carlo Ratti -ultimamente un po’ troppo giocosi-, un’installazione sperimentale nell’Orto Botanico milanese, finanziata da ENI, di fatto una delle estensioni della poderosa organizzazione di “Interni”. Ratti e Rota provano, con 500 metri di tubo di rame antibatterico e un po’ di effetti speciali, a creare un percorso interattivo dove le persone possono scoprire molteplici forme di produzione di energia sostenibile e giocare con i differenti effetti risultanti. Peccato che un intervento così educativo non si sia pensato, per esempio, di trasferirlo nel giardino di un istituto scolastico. Questo potrebbe essere il vero design per il mondo e l’inizio di un percorso circolare in cui gli “scarti” opulenti della Design Week, possono trovare posto in forma stabile in contesti che hanno necessità di cambiare o di ospitare opere di ingegno. Non credo sia così difficile farlo, io stesso sono stato artefice del recupero della installazione di Piùarch, del Fuorisalone 2018: una serie di alberi abbattuti da Vaja, ricollocati su un grande cavalletto di legno, con le radici all’aria come braccia protese verso il cielo, ora installazione permanente nel Parco delle Albere a Trento. Spostandoci verso il Naviglio ci si imbatte in una zattera ancorata sul bordo della Darsena, una delle ennesime conferme che Stefano Boeri -autore di questo modellino di chiatta green- è oggi un eccellente conoscitore di alberi e piante e che si diverte a metterli ovunque, ormai come una sua firma riconoscibile. E a proposito di piante, tante sono quelle che hanno invaso il Salone quest’anno, ma sarebbe utile sapere quante di queste piante -mi vengono in mente quelle stipate in una esposizione esotica, una sorta di magazzino vivaistico, dentro uno stanzone di Superstudio, in via Tortona- realmente soggette ad uno stress climatico significativo, restano in vita dopo l’evento fieristico. Temo davvero poche. Può la moda, l’effimero essere così ipocritamente finto e tutti i visitatori non comprendere, pur di vivere chissà quale grande avventura espositiva, che spesso dietro installazioni come queste c’è molta fuffa e greenwashing? Cosa assai evidente di questa edizione Salone 2022, è che su tutto ha prevalso il desiderio collettivo di imprese e visitatori, di ripartire, di tornare a vedere le cose dal vero, incontrarsi e salutarsi realmente, per quanto ancora rischiosamente; toccare gli oggetti, gli arredi, le stoffe, vivere gli spazi realizzati per l’occasione in fiera e quelli permanenti, insomma sentirsi in ogni caso, parte di questa grande esperienza creativa che il Salone trasmette e propone.

Il nuovo tavolo di MDF;

Primo giorno di visita fieristica

Arrivo in fiera e devo riconoscere, ogni volta che mi capita di visitarla, che l’edificio firmato Studio Fuksas è senza dubbio una delle migliori architetture italiane degli ultimi venti anni: asciutto, ma articolato, spazialmente dinamico nella sua regolarità, capace di svelare insolite prospettive contestuali e sorprendere nei passaggi alle diverse e dinamiche quote variabili. La visita inizia dai padiglioni meno clamorosamente rinomati per posizione, ovvero dal numero 13, dove scopro interessanti progetti, tra i quali una collezione di bellissimi vasi di terracotta di Atelier Vierkant, un marchio belga, che realizza questi oggetti in forme artigianali con colori e trattamenti di superfici che ne fanno delle piccole architetture da giardino o da casa. Nei paraggi troviamo lo stand di Antonio Lupi, che all’ambiente bagno dedica una ricerca costante e originale e che annovera molti designer, tra cui GUM Design che ultimamente ne cura anche parte della comunicazione con un riconoscibile segno grafico, cifra stilistica del duo viareggino, Gabriele Pardi e Laura Fiaschi.

Dolce e Gabbana Home;

Nello stesso contesto espositivo riscopriamo la ricerca di De Castelli, azienda ormai di prestigio nel panorama delle finiture con i preziosi metalli delabrè, che si avvicina sempre più, oltre le finiture e il complemento, all’arredamento complessivo. All’aperitivo serale di De Castelli, nel nuovo Showroom milanese in centro, troviamo inoltre “Tracing Venice” una rilettura della tradizione veneziana, poggiata sulla maestria artigianale degli esecutori di De Castelli, a cura di Zanellato e Bortotto. Una sorpresa davvero speciale, sempre nella scia dell’artigianato, sono le collezioni di tappeti di M/U, ovvero il migliore artigianato della tradizione sarda che incontra il design, attraverso l’opera costante e assidua di Antonietta Urru, una signora del tessile della Sardegna che coniuga bene passato e presente. Progetti in buona parte affidati alla sapiente inventiva della textile designer Paulina Herrera Letelier, con recenti intrusioni di Mario Cucinella Design e altri autori, risultati formali e decorativi sorprendenti: non semplici tappeti, ma superfici d’autore per lo spazio abitato. La mia memoria corre, inevitabilmente, alle trame straordinarie di Maria Lai, la più sensibile artista sarda del secolo scorso che della ricerca sui tessuti aveva fatto la sua cifra linguistica e stilistica unica.

Uno scorcio dello stand di Fast;

Sempre tra superfici, tessile, oggetti e arredi, non distante, troviamo la ricerca di Caimi sul comfort ambientale acustico, che oltre ad alcuni nuovi sistemi di assorbimento del rumore nei diversi ambienti di vita e lavoro, si presenta anche con alcuni arredi quali il divano “Snowking”, dalle forme iconico-architettoniche, “Cilindro”, che ha un generoso tamburo circolare per spalliera, e “Volumi”, tutti imbottiti con originali, colorati tessuti acustici e un concetto di relax razionale con accenti espressivi.

Un passaggio veloce presso l’Ufficio Stampa in Fiera, dove ricevo in omaggio una comoda, capiente borsa rossa Tucano per Salone, e soprattutto la più interessante sorpresa di questo Salone: la Bic Cristal in metallo con refill ricaricabile, packaging tutto ecologico in cartone, design semplice, scrittura accattivante e fluida! Non è l’anno di Euroluce, ma le aziende del settore come Artemide non mancano mai l’appuntamento, così scopro una originale novità di Biarke Ingels per l’azienda di Gismondi, “La linea”, un “serpente” luminoso sagomabile e di facile applicazione a parete o soffitto, con forme libere e circolari, sempre di BIG è Stellar Nebula, lampada in vetro e opaline, dall’effetto bolla di sapone, così come una lampada softech di Mario Cucinella, la Flexia, snodabile, fono assorbente e orientabile, una sorta di piccola casa/tetto sul proprio tavolo di lavoro, che sfrutta tessuti acustici anche per assorbire rumori ambientali.

Uno degli spazi dei giovani designer del Salone Satellite;

La città protagonista

Il primo giro assorbe quasi tutta la giornata, così nel tempo rimasto decido di passare in alcune location come la Toilet Paper di Seletti, una sequenza di case in via Balzaretti, decorate dentro e fuori con i motivi cari all’azienda ironica-iconica, la stessa via in cui fa bella mostra di sè una recente suggestiva, candida architettura residenziale di Degli Esposti studio. Anche in questa edizione non è possibile non accorgersi tuttavia che una partita significativa della rappresentanza industriale, economica e urbanistica del Salone, la giocano i grandi marchi della moda e dell’automotive, che da tempo, e progressivamente, si “insinuano” nella Design Week e ne determinano nuove geografie e spostamenti culturali e urbani. Il salone dei sessant’anni, edizione 2022, è ancora più “fuori”, con le diverse location delle maison di moda, come la capsula abitabile di Louis Vuitton in San Babila, le capanne leggere e trasparenti di Hermes alla Pelota, lo spazio “casa” di Dolce e Gabbana in via Durini, e le esibizioni di Audi Automotive, all’Università Statale, Quadrilatero della moda in via Montenapoleone, esponendo il meglio della propria gamma full electric, fino ad arrivare in Piazza Cordusio con la sua “casa” Audi House of Progress, centro di confronto sul re-design del futuro. Anche le Scuole di Design, i centri di creatività e alcune realtà dell’autoproduzione, si collocano in questo disegno di decentramento extra fiera che tende a dare meno peso alla presenza fieristica tradizionale. Assenza sancita anche dalla mancanza di alcuni grandi marchi, come Cassina che è rimasta nella sede di via Durini, esponendo qui le novità e presentando una originale selezione di pezzi, tra i quali spicca un sistema di sedute modulari disegnato da Virgil Abloh, dal nome “Modular Imagination”, una proposta che ripercorre le potenzialità dei sistemi modulari. Composto da elementi in gomma con struttura interna, a forma di cubo, il sistema configura costruzioni spaziali di dimensioni differenti, di colore nero -dettagli in colore arancio-, e diventa una sorta di invito flessibile e originale per configurare spazi per nuovi modelli abitativi.

Così il Flagship Store di via Durini si adegua a questa presenza, anche con una suggestiva scala-architettura di colore arancio, che collega i due livelli, e diventa il nuovo punto focale del percorso espositivo. Un progetto globale -design/comunicazione- supportato anche da alcuni tram personalizzati dentro Milano con logo distintivo “Cassina-Abloh”. 

E di nuovo in fiera: avvistamenti

Non sono molte le vere novità, anzi direi che non ne ho viste davvero di originali, a parte la moda reiterata di tessuti bouclè (quasi una gara a chi li ha più grossi!) che imperversano su ogni seduta e divano, Kartell che mette in mostra la sedia di Citterio realizzata con lo scarto delle cartucce Illy, parimenti a molte altre aziende che provano a invertire la tendenza, ma c’è tanto da fare ancora.

Edra snocciola i classici di sempre nel solito, riconoscibile spazio “notturno”, Molteni e altri grandi marchi presentano rifacimenti di pezzi già prodotti, passando da MDF un tavolo a forma di basilica mi colpisce per eleganza e sobrietà, La Cividina si difende con qualche nuova seduta e i suoi pezzi iconici, ma a parte le new entries, come Egoitaliano, che ha uno stand molto affollato, ed essendo una realtà del sud, anomala, atipica, è senza dubbio lo stand di maggiore affluenza, non intravedo elementi di particolare curiosità. Tra le presenze del Sud, Francesco Di Maio sfodera una rassegna di pezzi di piastrelle ceramiche ispirate ad alcuni quadri famosi di Van Gogh, un saggio di bravura artigiana che da qualche certezza e conferma sul futuro di una grande tradizione italiana. I nomi dei designer sono sempre gli stessi e le loro firme a volte sono stanche e riprendono strade sicure e già battute, pochi nomi nuovi, giovani e talenti ci sono, ma fanno fatica ad emergere, come accade per quelli del Salone Satellite, relegati in un limbo quasi introvabile, in cui alcune ricerche interessanti tuttavia affiorano.

Una delle decorazioni di Ceramica Francesco De Maio, ispirate a Van Gogh;

Alcune positive visite mi preme citare, tra loro anche simili seppure differenti, il bellissimo, leggero, trasparente, ecologico stand di Arper, ormai firma di punta del Design italiano, azienda che conserva una impronta coerente, capace di apparire fresca, senza dubbio merito di una “origine” firmata dall’impegno sensibile di Lievore, Altherr, Molina (oggi solo Lievore-Altherr). Arper non si chiude con rigide pareti, si apre, si vela e si svela in un sensuale, sinuoso percorso fatto di un sistema di tende di tessuto leggero e semitrasparente, disposte con ampie e flessuose curvature che segnano l’itinerario, in cui si scoprono i diversi ambienti evocativi che rimandano ad uno stile elegante, personalizzabile, autentico.

Uno scorcio di un corner dello stand di Arper;

Alla stessa maniera, con diversi materiali, ecologici e leggeri, stuoie di bambù, Kengo Kuma allestisce lo stand di Gandia Blasco, la storica firma spagnola, conferendo una sensazione di sospensione e ariosità allo spazio e agli arredi esposti, sottolineato dalle sinuose curve dei teli appesi al soffitto. Un passaggio veloce al ludico, sempre originale stand Campeggi: giocosi prodotti frutto di ingegno e ironia per la casa e l’outdoor, con una coerenza esemplare che solo Campeggi può conservare in nome del suo fondatore Claudio, per il quale il buon design è sempre un bel gioco!

Invece è una nostalgia attuale quella che Zanotta evoca con “Quaderna”, il tavolo a quadretti dall’intramontabile fascino degli esordi del Design Radicale italiano, dietro cui si cela l’elegante firma di Cristiano Toraldo Di Francia, di recente, prematuramente scomparso. Zanotta propone tra i pezzi storici e le novità, il bellissimo divano ZaZa, di Zaven, un divano di ricerca monoblocco, dalle linee morbide, dai tratti avvolgenti, che fonde estetica e comfort, e introduce un processo ecologico nel ciclo di produzione e nel suo possibile riciclo, avviandosi Zanotta, importante azienda, a riflettere su questo delicato tema ambientale.

Lo Stand Campeggi;
il nuovo divano ZaZa di Zanotta;
Scorcio dello stand Zanotta, in primo piano Quaderna;

Prima di tornare in città, uno sguardo alla direzione creativa di Alberto Lievore per Fast, azienda bresciana di arredi outdoor in metallo, in cui si scorge la mano sensibile del designer italo-argentino-catalano attraverso scelte formali semplici, eleganti, funzionali. Due visite in città l’ultima giornata di Design Week, una a Palazzo Litta, dove è allestita la mostra “doppia firma”, un artigiano e un designer, in cui si intravede tanta sapienza e talento artigiano e poco design. La seconda è a Palazzo Bovara, quest’anno location di eccezionale eleganza dove Elle Decor ha allestito il suo “appartamento ideale” con pezzi presi da diverse realtà produttive. Design Forever è il titolo, un pò scontato, della selezione di questa edizione, un omaggio al design di tutte le stagioni che non teme di confrontarsi con pezzi recenti, anzi sembra esaltarli, a volte anche surclassarli. Allestito da Calvi Brambilla non se ne può negare il fascino, anche se in uno spazio così è davvero difficile sbagliare, seguendo quella naturale “inclinazione” tutta italiana del “contrasto” tra antico e contemporaneo, a partire dal cortile-giardino in cui offrono frescura le piante di Faro e relax gli arredi di Tribù.

Lo stand Gandia Blasco, su design di Kengo Kuma

Oltre e fuori Milano

Prima di lasciare Milano, a fine Design Week, dopo gli stand in fiera e il Fuori Salone, faccio una deviazione in direzione Bergamo, esattamente a Gandino, dove esiste, dal 1885, una bellissima manifattura di tessuti, la Torri Lana, che in uno degli ex ambienti di lavoro, ospita una contenuta, significativa mostra di Studiocharlie, tre validissimi designer, Gabriele Rigamonti, Carla Scorda, Vittorio Turla, con all’attivo oggetti e prodotti di grande raffinatezza progettuale, per Boffi, De Padova, Atipico, fino alle coperte per Lanificio Leo, ai tessuti per Torri Lana e molto lavoro di grafica. Studiocharlie porta avanti una ricerca molto originale, da tempo, molto italiana nel senso migliore della continuità di un linguaggio che parte dal segno e arriva all’oggetto nel dialogo con lo spazio. Una ricerca schiva da riflettori modaioli, garbata ed elegante e per questo autentica e forse di scarso interesse per le veline di interior e design. Quelle riviste che inseguono questa o quella firma che di originale, autentico, progettuale non hanno nulla, ma costruiscono temporanee tendenze sulle patinate pagine in cui compaiono, dove non c’è mai un disegno, una pianta, ma solo foto compostissime, il più delle volte delle stesse, noiose, solite firme. Una finta aristocratica cultura del comunicare il progetto che purtroppo aumenta la superficialità del gusto, che dall’era berlusconiana in poi, vive di questa inutile cresta dell’onda.

La mostra di Studiocharlie presso Torrilana;

“Vogliamo disegnare oggetti che abbassino il rumore di fondo, che sorprendano nella loro essenzialità, che rivelino il pensiero al di là della semplicità”, così si presenta Studiocharlie e così lavora e produce al riparo del clamore mediatico, della superficialità, e nel condividere questo approccio immagino che sempre più questo possa diventare un modo reale di lavorare intorno e per il progetto, anche per le prossime edizioni del rinato Salone!

Previous Story

Learning from Favara: cambiare i luoghi, si può, si deve!