Questo nuovo editoriale prende spunto da un libro appena pubblicato (in edizione inglese), intitolato Gio Ponti: More than One, Critic, Editor, Graphic Artist, Architect, Product Designer, curato da Manfredo di Robilant e Manuel Orazi, per i tipi di Lars Muller, un libro che porta alla luce l’eredità del vero Ponti: una figura a volte anche controversa; talvolta in ritardo o in contrasto con il proprio tempo; non sempre razionale e pragmatica, in molte occasioni più proteso verso il lato artistico/creativo, figura disconnessa dallo Zeitgeist, assumendo spesso una posizione intermedia, distaccata e personale più di ogni altro protagonista coevo. A Gio Ponti (1891-1979),senza dubbio una delle figureleggendarie di quel periodo “eroico” dell’architettura italiana, mi lega un lungo e consolidato percorso di ricerca, misto di interesse scientifico, progettuale, culturale, senza dubbio perché si tratta di colui che è stato capace di traghettare il design e l’architettura verso riconoscimenti internazionali durante il boom economico del dopoguerra, anni in cui l’Italia si rese “riconoscibile” al mondo intero nella fase di avvento della nuova modernità e nei quali si consolidò la matrice del cosiddetto “Made in Italy”.

Talento straordinario e fuori dal comune, Ponti riuscì, in modo esemplare e più di altri, a fondere il modernismo con la cultura mediterranea più ampia risollevando anche le sorti della significativa tradizione artigianale italiana. Eppure nel corso dei miei studi universitari, presso la Facoltà di Architettura di Roma, negli Settanta, nessuno dei miei docenti faceva mai riferimento a questo gigante del progetto italiano, nemmeno Bruno Zevi, che forse non ne riusciva a cogliere la complessa poliedricità. Eppure, ancora oggi, come ieri, quando si parla di design italiano del Novecento, il nome di Gio Ponti compare quasi inevitabilmente: architetto, designer, editore e instancabile promotore culturale, Ponti è stato uno dei protagonisti assoluti della costruzione dell’immagine moderna del progetto italiano nel mondo. E da parte mia, come di altri miei coetanei, la scoperta è frutto di curiosità verso quel periodo magico dell’Italia, e dell’architettura, del primo dopoguerra in cui Milano e figure come Ponti, Muzio, Caccia Dominioni, Figini, Pollini, Baldessari, e ancora altri, hanno segnato una netta “differenza” tra Milano/Brianza e il resto d’Italia ed Europa, che non poteva essere ignorato da ci si occupava di architettura e design. Incluso la stagione di direzione di Domus di Ponti, che è stata riferimento culturale e professionale, fino a tutti gli anni Ottanta, per una ampia fascia di progettisti, studenti, aziende.

Per queste e altre ragioni, questo recente volume propone di guardare alla sua figura con uno sguardo meno celebrativo e più critico, riuscendo a mettere insieme, in modo più diretto, l’uomo Ponti e l’architetto, con le sue “stagioni”. Con una serie di saggi di diversi studiosi e degli stessi autori-curatori, il volume tenta di restituire la complessità di una carriera durata oltre sessant’anni, mostrando come questo originale inventore di forme e pensieri, di spazi e idee sia stato molto più di un semplice architetto o designer.

Uno degli aspetti emergenti nella lettura critica dei due autori, e tra i più interessanti spunti del libro, riguarda il suo rapporto con la comunicazione e con i media, un aspetto non sempre affrontato in forma coerente in altri lavori critici (molti) su Ponti. Infatti, questa parte della sua attività è collocata dentro il suo percorso articolato di inventiva senza limiti e diretto verso i campi più disparati del progetto e non come episodi casuali, ma frutto di una precisa strategia. Arte, disegno, grafica, spazio costruito e urbano, struttura e materiali, artigianato e design come percorsi capaci di sostenersi a vicenda, arredamento, comunicazione ed editoria, che alla fina hanno messo in luce allora come prima e dopo, un modo di essere architetto italiano nella versione più originale e totale. Se Ponti capì molto presto il potere della cultura visiva e della pubblicità nella costruzione dell’immaginario moderno dentro un originale modello teorico e professionale dell’architetto italiano, oggi gli architetti del nostro Paese ne sono tanto distanti, anche perchè settorialmente inquadrati nei percorsi di laurea e della professione tesi alla “specializzazione” (del nulla, poi nei fatti). Ponti lavorò infatti con alcune delle aziende più importanti dell’industria italiana, contribuendo a costruire un linguaggio del design che combinava innovazione tecnologica e tradizione artigianale. In questo equilibrio tra industria e cultura del progetto sta una delle chiavi della sua influenza. Ponti deve molto anche all’idea che persino le aziende avessero bisogno di pubblicità e visibilità e da questa opportunità nascono collaborazioni con industrie che cercavano di vendere i loro prodotti, sforzandosi allo stesso tempo di migliorare il gusto degli italiani, attraverso la pubblicità e il design agli albori. Nomi come Richard Ginori, Cassina e Pirelli, i ceramisti di Faenza e del modenese, piccoli mobilieri brianzoli e ancora altre realtà produttive si unirono al coro di amplificazione del Made in Italy sostenuto dal talento e opera di Ponti, avanguardia operativa e non solo teorica.

Le riviste, come Domus (la fondazione della rivista è del 1928) e Stile per le quali Ponti disegna bellissime copertine, sceglie architetture, progetti da pubblicare, lo fanno diventare figura chiave nell’intersezione tra media, modernità, società: un architetto regista di processi complessi per quegli anni che avevano, per l’appunto, anche necessità di fare breccia nell’opinione pubblica nazionale. Nasce da questo suo lavoro intenso, costante, dal suo attivismo pubblico e dalla figura carismatica che ne consegue, uno speciale fascino glamour e ammaliante per tutto ciò che progettava, realizzava, ideando continuamente nuove cose, oggetti, arredi, case.
Il libro di Lars Muller, su Ponti, nelle chiare intenzioni degli autori, si compone di tre sezioni – Scrittura e grafica; Architettura; Design di prodotto – e riesce, senza dubbio per la prima volta in modo nuovo, a coprire l’intero spettro dell’opera di Ponti, analizzandone, in forma non agiografica, ma di critica-operativa, alcuni dei complessi temi specifici.
Con una grande attenzione all’architettura, a edifici simbolo proprio di quella Milano del Novecento che sembrava impossibile raggiungere rispetto alla Roma sorniona, uno sguardo importante alle particolari residenze, ad alcuni interni e originali case pontiane, e si concentra su alcuni capisaldi come il Palazzo Montecatini, naturalmente il celebre Pirelli Tower e ancora altri edifici simbolo progettati dall’architetto, così come del momento importante in cui si dipana l’esperienza e il dibattito del progetto nel dopoguerra italiano. E senza dubbio il grattacielo Pirelli, e il confronto e le pubblicazioni sulla Domus e Stile, rappresentano l’espressione più compiuta della sua idea di architettura, al punto che nel libro si ritrova una bellissima simbolica fotografia degli anni Sessanta, con in primo piano una modella con un raffinato vestito rosso davanti al grattacielo Pirelli, che combina più simboli: dalla Milano economica, della moda, del design, dell’architettura, del costruire.
L’architettura per Ponti, nel suo pensiero teorico come nella prassi, chiedeva di essere concepita come una forma compiuta e definitiva, che più spesso lo stesso architetto paragonò ad una sfera e poi ad un cristallo. Nel percorso/dibattito del razionalismo in stile lombardo un edificio non poteva essere pensato come organismo destinato a modificarsi, bensì come una sorta di gioiello, oggetto perfetto e concluso, rispondendo alla logica di una città che cresceva e che affidava al costruire, dunque all’architettura, il manifestare questa preziosa, ricca “perfezione”. Un’idea, anche questa, sviluppata nei suoi scritti teorici come L’architettura è un cristallo, che diventerà, sopratutto nel Pirelli, una sorta di manifesto della modernità italiana. In fondo, solo così si comprende che Domus, che come Stile nacque anche dalle buone amicizie coltivate con importanti editori milanesi, non fu immaginata come una rivista di architettura tradizionale, ma come strategia per una piattaforma culturale attraverso cui promuovere una nuova idea di modernità italiana, soprattutto alle “nuove” famiglie che si formavano intorno ad una visione di modernità efficace, funzionale, ma in stile italiano. In questo senso le riviste di Ponti sono state, in tal senso, capaci di unire industria, artigianato, nuova qualità e identità estetica degli italiani, e non solo per gli architetti. Nei miei ricordi di ragazzino, mio padre, dirigente di un Ente pubblico, appassionato del costruire, arredare, portava a casa numeri della Domus di Ponti che io divoravo.

Una edizione italiana di questo volume, per i tipi di Quodlibet, ad opera dei due autori, è stata pubblicata in italiano nel 2023, ma sia quella italiana che questa nuova edizione in lingua inglese si allontanano dalla quantità di volumi raffinati e molto glamour, spesso di grande formato, delle molte pubblicazioni dedicate a questo Maestro stile libri illustrati, senza però rinunciare a rendere evidente la qualità, peculiarità del volume che celebra comunque l’eccellenza e originalità e ancora oggi attualità, del mondo di Ponti, in una edizione compatta e gradevole da leggere e sfogliare. Un bellissimo e ampio contributo fotografico di Paolo Rosselli, nipote di Gio Ponti, illustra ancora meglio opere e spazi, così che questa edizione si profila come un nuovo e autentico approfondimento su questa imponente figura italiana del progetto.
Tuttavia si delinea, nel libro di Orazi e di Robilant, anche una parte di quello che possiamo definire il declino inevitabile di ogni astro, e si illustra la traiettoria che già dalla fine degli anni Sessanta il clima culturale cambia radicalmente e inizia ad accendersi un serrato confronto tra le generazioni di architetti italiani. Le nuove formazioni, gruppi di architetti e designer, come il gruppo Superstudio, Archizoom, iniziano a criticare l’architettura modernista e a immaginare scenari radicali, persino un futuro senza edifici. In questo nuovo contesto Ponti appare improvvisamente legato a una stagione ormai conclusa. Non a caso, nel 1972, nella celebre mostra Italy: The New Domestic Landscape al Museum of Modern Art di New York, la sua figura rimane ai margini. Ed è proprio questa tensione tra centralità e superamento che rende oggi così interessante rileggere il suo lavoro. Il libro non si limita a celebrare Ponti, ma ne restituisce le ambiguità, le contraddizioni e la straordinaria capacità di attraversare mondi diversi: architettura, design, editoria e cultura visiva. Ne emerge il ritratto di un protagonista fondamentale della modernità italiana, ma soprattutto di un autore che ha contribuito a costruire l’idea stessa di design come fenomeno culturale.
www.lars-mueller-publishers.com
GIO PONTI, MORE THAN ONE, Critic, Editor, Graphic Artist, Architect, Product Designer, Edited by Manfredo di Robilant and Manuel Orazi; With texts by Elena Dellapiana, Fulvio Irace, Gabriele Neri, Manuel Orazi, Francesco Parisi, Mario Piazza, Manfredo di Robilant, Paolo Rosselli and Cecilia Rostagni; Design: Lars Müller Publishers, 16,5 × 24 cm, 6 ½ × 9 ½ in, 288 pages, 300 illustrations, Paperback 978-3-03778-763-2, English, August 2025, EUR 45.– USD 50.– GBP 40.–
Tutte le immagini dell’articolo sono dell’arc







