L’architetto rinascimentale o l’architetto digitale?

Di G. Pino Scaglione. Ho ricevuto, con molto piacere, cinque libri da amiche, amici, architetti e docenti.Mi sono apparsi subito uno spunto eccellente per alimentare la mia passione per la lettura e per la sete di conoscenza che mi anima, soprattutto quando si parla di architetti, architettura, design e dintorni. Me li hanno spediti Marcello Panzarella, Lorenzo Netti, Federica Ottone, che ne sono i rispettivi autori, con affettuose dediche e con l’auspicio che leggendoli (con curiosità) io avessi potuto recensirli, cosa che ho fatto con piacere attraverso questo editoriale dedicato al mestiere con il pretesto dei libri.

Il primo titolo che mi ha colpito è “Il progetto secondo, nuovi spazi per il progetto ambientale” (Quodlibet Studio, prima edizione 2008), di Federica Ottone, con la quale ci conosciamo da diversi anni, e per la quale ho curato alcuni suoi titoli. Federica è una ricercatrice del complesso mondo del progetto, che pur insegnando una disciplina “specialistica” come Tecnologia dell’Architettura è, ancora prima che solo docente, architetto. Con questo sguardo, sensibile attenzione, il volume dipana una riflessione sulla necessità di affrontare “la sempre maggiore complessità dei processi decisionali che riguardano le trasformazioni ambientali” e sulla quantità di figure che affollano questo percorso, così come sulla difficoltà dell’architetto di essere ancora “regista” in questo percorso.

Dall’alto in senso orario, la dedica degli autori, Lorenzo Netti, Marcello Panzarella, uno dei disegni di Federica Ottone per il suo libro e l’autirce, uno schizzo della casa Salem di Culotta e Leone a Cefalù.

Nella interessante prefazione al volume, Giovanni Guazzo, architetto e docente a Chieti, centra la sua riflessione su una domanda basilare che pone a se stesso e a tutti: “perché nel nostro paese la pratica di questa antica e nobile arte incontra, rispetto a tanti altri paesi del mondo globalizzato, tante difficoltà ad estrinsecarsi?”, proseguendo fa, inoltre, riferimento alla perdita delle specifiche competenze del mestiere e alla “presunzione” nel sostituirsi alle altrui specificità, ovvero una sorta di supplenza perenne dell’architetto per rimediare ai danni, inevitabili di altre figure che si muovono intorno al processo progettuale. Supplenza che tuttavia non sempre ha esiti positivi.

Una casa di Netti Valente, disegni di progetto del volume ATLANTE di Lorenzo Netti.

“Il progetto secondo” di Federica Ottone agisce verso il lettore, nelle pagine di un piccolo libro/manuale, su più livelli di metodo, approccio, percorso cercando di rispondere con esempi concreti e riferimenti chiari, alla necessità dell’architetto di comprendere, nelle forme più significative, i temi ambientali attualissimi, ma non riducendoli a meri formalismi normativi, come ormai spesso avviene ed è imposto, bensì cercando di rendere lineare e accessibile la complessità di tali fenomeni proprio a partire dal separare le fasi progettuali.

Marcello Panzarella, schizzo per Corte delle Stelle, Cefalù

Intanto l’autrice -che correda il testo con bellissimi e chiari diagrammi- avverte, in forma esplicita, che ricerca e progetto non sono affatto separabili, per quanto in questi anni si sia portata avanti l’operazione, nefasta, di relegare gli architetti docenti in un angolo remoto delle “occasioni” progettuali, così come, dall’altro lato, le “protezioni” ordinistiche hanno avocato a sè la “legittimità” del poter operare nei diversi campi dell’architettura solo perché dotati di timbro ufficiale e firma dentro un albo. I risultati, drammatici, di questa deriva sono davanti ai nostri occhi ogni giorno e in tutti i luoghi urbani e non solo per la serie di scellerati progetti attuati da incompetenti autorizzati con timbro, così come quelli dell’insegnamento prevalentemente teorico nelle Scuole di Architettura e Ingegneria Edile in Italia. Il progetto è soprattutto responsabilità, a più livelli, dallo spazio che esso determina e dalle qualità di questo, dove viviamo, abitiamo, agli oggetti che lo arricchiscono (o a volte impoveriscono!), fino alle risorse, naturali/artificiali che esso necessita e impiega, alla finanza che genera e da cui si alimenta. Oggi tutto questo è reso ancora più necessario per le questioni di clima e ambiente urgenti, che nella gran parte dei casi, nessuno dei progettisti fa proprie dentro il percorso fino alla realizzazione, se non nelle forme superficiali e regolative, forse perché quella “megalomania” di cui parla Guazzo lo fa sentire comunque superiore nel momento “creativo” sull’atto progettuale/scientifico. Ma occorre ricordare, come nelle pagine del libro si coglie in più parti, che il progetto è scienza, così come pure è “poetica”, il progetto risponde a regole limpide e necessarie, se queste sono superate o negate i risultati sono sterili, superficiali, poco efficaci e poco poetici.

Andrea Palladio, pagine dai Quattro Libri dell’Architettura.

Il “progetto primo”, non è solo dunque un percorso spesso genericamente definito complicato, piuttosto che complesso, ma è l’insieme delle necessarie componenti che generano la fase ideativa/propositiva nella quale sono diversi gli attori da coinvolgere e gli esiti da visualizzare per tradurli poi nel “progetto secondo”. Su questa linea Ottone avvicina architettura e disegno industriale nel momento in cui, finalmente, sembra che tecnologia e ricerca industriale si leghino sempre più nella necessità di trovare soluzioni performanti, oggi ancora in forme più pressanti. Così nel piccolo pregevole libro, il “progetto secondo” sposta la riflessione verso gli “spazi secondi”, i vuoti da riprogettare, i materiali “secondi”, il riciclo, la produzione alternativa di prodotti e manufatti ecosostenibili, ma realmente più performanti, ecologici, in una parola attraverso il progetto ambientale e le sue conseguenti strategie di adattamento e ripensamento di interi cicli e forme, con l’avanzare della ricerca che proprio il disegno industriale propone per necessità di adeguamento ai rapidi mutamenti della produzione industriale. Tutta questa riflessione ricompare, in forma differente, ma molto affine, nella introduzione di Adolfo Natalini (2015), in “Basic Architecture” (primo di due volumi, ed. Librya, 2025), quando nella “Lettera” che scrive all’autore Lorenzo Netti, sostiene, tra le altre cose: “L’insegnamento dell’architettura nelle scuole è reso sempre più problematico dallo scollamento progressivo tra teoria e prassi del costruire…” e citando Pier Luigi Nervi: “i materiali, la statica, la tecnologia costruttiva, il buon rendimento economico, le esigenze funzionali, sono i vocaboli del discorso architettonico. Impossibile elevare tale discorso a poesia (Architettura) e nemmeno alla corretta prosa (Buona Edilizia) senza la perfetta conoscenza di tali vocaboli e delle regole di grammatica e sintassi (Tecnica) con cui debbono essere composti”. Netti ripropone questa lettera certo che la sua attualità, oggi, nel definire il mestiere dell’architetto, che egli pratica con sana e ossessiva passione e dedizione da sempre, come il suo Maestro Natalini, non sia cambiato nel fare e progettare, tanto è vero che i lavori del primo volume, attualissimi, sono esperienze didattiche datate 2009/2011, e la pratica del disegnare che è “grammatica” di base di ogni progetto, non è superata dalla tecnologia, tantomeno dai software e dalle IA. Non a caso Basic Architecture (italiano e inglese) procede con esperienze dell’autore di architetture realizzate, quali pretesti e spunti inziali, e ricerche didattiche che ripercorrono e rileggono la costruzione, non solo tale, ma come percorso: ovvero, relazione con il contesto, forma, funzione, tecnologia, questioni climatiche/ambientali e ancora altro. In realtà la basic architecture di Netti altro non è se non la magnifica, originale rilettura dell’abitare mediterraneo che nell’esperienza docente e progettuale dell’architetto si traduce in una febbrile e continua ricerca di un linguaggio scevro da eccessi, asciutto, ma non per questo non originale, autentico, e che trova nell’equilibrio tra disegno e costruzione il fondamento dell’architettura. Nel volume II “Atlante” la lunga prefazione dell’architetto Angelo Ambrosi, con cui Netti Valente hanno collaborato in alcune occasioni progettuali, titola “L’architetto: tratto, ritratto, autoritratto” e in un ampio excursus che passa per Schinkel e arriva fino a Gehry, ci ricorda che il segno segue il pensiero progettuale. Il segno e il disegno anticipano, precorrono l’idea, ma solo nel caso della mano dell’architetto e non del mezzo tecnologico (computer/software), quest’ultimo ormai ampiamente diffuso anche nella didattica, sapendo che tale strumento è rivoluzionario, si, ma non risolutivo o sostitutivo, non ha la stessa efficacia, progettuale/figurativa/rappresentativa nel disegno architettonico.

Marcello Panzarella, disegno per una scuola a Cefalù.

Quasi ad entrare nel vivo dei dibattiti serrati di questi giorni, ove il posto centrale è occupato dall’uso di IA nella progettazione a tutte le scale e non solo, l’Atlante dei progetti di Netti Valente disvela un percorso affascinante, non solo per il talento e la raffinata cifra degli architetti, l’eleganza asciutta dei disegni, ma per la coerenza di un percorso che ha saputo misurarsi con i molti cambiamenti del mestiere, adeguando, nel tempo, strumenti e metodi, ma lasciando sempre fuori dalla porta dello studio effimere posizioni di facile consenso, come molti professionisti hanno al contrario abbracciato e praticato. La cifra ambientale, ecologica, paesaggistica di Netti Valente, risiede nell’aver compreso ogni volta che il disegno è lettura del contesto, visione, idea prefigurativa, a tratti anche necessario slancio utopico che si traduce in fughe avanzate e ritorni nelle dimensioni di spazialità originali, ricercate, sempre con una invidiabile coerenza che rende unica questa esperienza e attuale nella sua semplicità di aderenza al mestiere inteso anche come missione e servizio, oltre che come pura passione.

Ciò che emerge da queste letture sono anche, grazie alla tecnologia, le tante possibilità che l’architetto ha oggi nel campo della progettazione, come significative e imponenti, ma se queste non sono tradotte in progressi progettuali coerenti tra idea ed esecuzione resteranno episodi sterili e fini a se stessi, ovvero solo pura efficienza tecnica/esecutiva. Mi ha infatti colpito non poco, per vicinanza di percorso ed impeto passionale, il libro di Marcello Panzarella “La città e il desiderio” (Edizioni Arianna, 2022) che inizia con una bellissima dichiarazione sull’amore per questo antico, quanto attuale mestiere, sulle “orme” ovvero seguendo i pochi, ma fondamentali insegnamenti di significative figure di riferimento, che Marcello definisce Maestri, e sulle diverse esperienze, anche in questo caso, tra didattica e progettazione militante, in quel laboratorio originale che è stato per anni Cefalù. La città è piena di progetti, confronti, riflessioni, esperienze, il desiderio è la grande necessità, l’urgenza di progettare per creare bellezza, qualità, cambiamento, a partire da una quotidiana lezione della storia che non si subisce, ma si traduce in segni significanti e autentici. “Desiderio anzitutto come sentimento di una mancanza…”, la mancanza di non aver potuto operare di più e ancora meglio nella città, attraverso l’architettura. Il duomo, il Kefalos (la testa che sovrasta la città), il paesaggio, i materiali, le forme, il gioco tra memoria e oblio, tra terra e mare, la forza vulcanica della sicilianitudine, hanno determinato una sequenza di progetti, da piccole fontane ad edifici importanti, in cui Marcello Panzarella con certosina laboriosità artigianale, ma altrettanta inquietudine e sentimento civico, ha messo in atto la testimonianza del suo “desiderio”.

Marcello è stato, dopo Culotta e Leone, il “piccolo” (per sua discrezione e modestia) necessario Maestro che ha dato seguito, soprattutto con una generosa quantità di scritti teorici e civili, alla lezione dei due straordinari architetti siciliani, fautori della Scuola palermitana nelle sue forme più importanti. Gli va riconosciuto questo ruolo, in vita, piuttosto come ormai accade troppe volte a distanza di troppi anni, proprio come avvenuto per esempio a Pasquale Culotta. Panzarella ha dato linea a schiere di futuri architetti, così come a molti dei suoi colleghi docenti e architetti, se pure con il suo carattere fumantino che spesso la ha anche isolato, è un mentore prezioso e lucido per molti di noi, e la sua scrittura, tra le altre cose è di straordinaria efficacia scientifico-letteraria, come solo a pochi architetti è dato. Nello scritto di postfazione, come sempre lucidissimo e autentico, Franco Purini definisce Cefalù porta della babelica Palermo, e fa perno sul sistema di azioni progettuali che Culotta e Leone introducono nel piano urbanistico di Giuseppe Samonà per Cefalù, ovvero non solo disegno urbanistico, ma interventi operativi alla scala urbana che tengano in evidente considerazione il cuore pulsante del tessuto moderno, ovvero il tessuto storico come matrice e le sue complesse stratificazioni. Il ruolo di Panzarella, nel libro descritto nei vari capitoli, e nell’azione progettuale-didattica, è stato ancora di più la traduzione, con occasioni puntuali e mirate, di questa idea militante tra storia e attualità del duo cefaludese Culotta/Leone. La città è nelle piante, planimetrie, tracciati, il desiderio nei bellissimi disegni di Panzarella che conosco ormai quasi a memoria, per averli in più occasioni visti e rivisti, osservati, analizzati.

Olafur Eliasson, Your Rainbow Panorama, Aahrus

Nei cinque libri ricevuti e recensiti, uno dei quali, sempre di Panzarella, si occupa del drammatico tema dell’overtourism a Cefalù, così come altrove, i disegni degli stessi autori/architetti illustrano i diversi passaggi e arricchiscono il riconoscimento delle diverse personalità, ma la cosa, a mio avviso sensazionale di tutto questo è che per esempio, proprio Marcello Panzarella, il più radicato e radicale degli architetti, qui in veste di sperimentatore neorinascimentale, oggi usa l’IA per alcuni originali esperimenti di ibridazione tra classico, moderno contemporaneo che hanno un potere evocativo speciale e unico nella costruzione e decostruzione di luoghi, forme, spazi. Immagini che vedranno la pubblicazione nel numero prossimo in preparazione di DISEGNOALLITALIANA, in uscita a settembre.

Infine, una nota sul ruolo dell’arte e sull’uso di alcune immagini, in questo editoriale, di un protagonista contemporaneo quale Olafur Eliasson. L’arte anticipa, precede, accelera ogni riflessione e conseguente necessità sulla società in cui viviamo, superando schematismi e rigidezze che spesso costringono il progetto di architettura, orientando sia lo sguardo che la mente verso prospettive infinite, a tratti avveniristiche, capaci tuttavia di farci cogliere l’essenza profonda e significante del nostro rapporto con l’abitare e il vivere i luoghi. L’arte è anche etica, ecologia, pensiero militante, non è corruttibile a suon di metri cubi di cemento, come insegna la lezione milanese di questi giorni, e l’architetto digitale è forse più un artista, dunque, curioso ed estroverso, sperimentatore. Ma l’architetto, rinascimentale o digitale, senza una solida conoscenza costruttiva e, oggi, privo di una vera, sensibile coscienza ambientale, senza una peculiare capacità culturale e intellettuale, non ha ragioni e strumenti reali per il pensare e progettare e per incidere sul cambiamento, per proseguire in quel “desiderio” spasmodico che lo rende ancora oggi, e potrà in futuro renderlo, attore protagonista in una società dove nemmeno più l’estetica trova luogo, figuriamoci l’etica.

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