Per un’architettura sensibile ai temi emergenti

L’UIA, Unione Internazionale Architetti, già dall’edizione di due anni fa, 2024 a Copenaghen, aveva indicato Barcellona come prossima sede del suo congresso e Capitale Mondiale dell’Architettura 2026. Questa volta non ho fatto i magnifici 170 chilometri in bici come nella capitale danese, dove questo è il mezzo principale, ma muovendomi sempre con mezzi pubblici, tram e metro, super efficienti, ho raggiunto le sedi del Congresso.

Le Tre Ciminiere, uno dei luoghi del Congresso UIA

In tre diversi spazi si sono svolti i seminari e le conferenze, le mostre, ovvero al CCIB, Disseny Hub, Le tre Ciminiere, queste ultime simbolo del riscatto della città ex marginale, ex periferia, oggi nuova centralità, alla fine della Diagonal, verso il mare e nell’area che è stata del FORUM delle culture alcuni anni fa, dove oggi restano, un pò scomposti, incomprensibili i segni e le architetture di Herzog e De Meroun, i numerosi e capienti hotel, il fronte a mare ripensato. Svetta, in questo esteso crocevie di architetture contemporanee, per la sua eleganza e snellezza figurativa e urbana, la torre della Società Telefonica, un progetto di Enric Massip e del suo studio.

In questa circostanza, non posso non pensare che circa un anno fa ci ha lasciati in circostanze impreviste Manuel Gausa: Barcellona è stata ed è la sua città, alla quale ha dato un contributo enorme, di grande generosità e talento. E se oggi la capitale catalana è ancora un luogo centrale nel dibattito internazionale, questo si deve anche al gran lavoro di divulgazione che proprio Manuel ha portato avanti, con altri, dagli anni Ottanta in poi. Mi sarei dunque aspettato un qualche ricordo per lui in questo scenario internazionale, ma hanno prevalso altri temi e altre celebrazioni. La città, già da aprile, è un pullulare di eventi, mostre, seminari. Gli architetti si sommano ai tanti turisti, e la brezza marina rende vivibile l’aria estiva, altrimenti piena di afa. Il tema centrale di questa edizione è “Becoming Architecture for a planet in transition”, tema come quelli che si inseguono da diversi anni e che alludono ad un cambiamento possibile. In questa edizione il motto “Verso un’architettura per un pianeta in transizione” suona promettente e ambizioso, impegnativo ancora una volta, tuttavia si tratta ancora solo speranze e programmi. Nessuna concretezza in campo se non isolate esperienze. L’agenda, dal 29 giugno al 3 luglio, propone diversi panel di discussione, un’ampia gamma di problemi da affrontare come architetti e professionisti: naturalmente il problema del cambio climatico, e Barcellona ha posto ancora il focus sull’abitare, il riuso resta sempre attuale, anzi di più, emerge la parola “suolo” insieme al tema delle risorse e di come abitare e ri-abitare il pianeta, oggi, domani, con quale nuovo approccio.

Naturalmente sono stati tanti gli spagnoli presenti, e sempre bravissimi, tra loro Joan Busquets, Olga Subiros, Josep Bohigas, scarsissima, al contrario, la rappresentanza italiana, direi invisibile, sia tra i relatori ufficiali, tra quali figurano solo Giovanni Borasi (curatrice del Canadian Centre for Architecture) Matilde Cassani, innovativa architetto/designer/performer, e Paola Viganò, urbanista e docente, che ha ricevuto anche un riconoscimento alla carriera. Gli “architetti” italiani -ovvero il Consiglio nazionale- eravamo presenti (si fa per dire), nei vari padiglioni allestiti al Disseny Hub, ma era necessario trovarci con il radar, ovvero collocati in uno smarrito e isolato angolo, uno spazio di pochi metri quadri, con un paio di incomprensibili pannelli e un monitor nei quali si presentavano anacronistici progetti italiani.  Si sa che ormai da tempo siamo scomparsi e che le rappresentanze istituzionali ordinistiche hanno scarso peso in Italia e fuori, e in una geografia a macchia di leopardo gli stessi ordini sono quasi solo ormai uffici burocratici e in rare occasioni attivatori culturali. Siamo diventati anche in Architettura un paese marginale, pur avendo molti e talentuosi architetti. Quello che consola tanto di questa edizione è la straordinaria presenza di moltissimi giovani che seguono e sono stati protagonisti, del resto non poteva che essere così dato l’alto numero di Scuole di Architettura e Design che connotano Barcellona. 

Mentre mi aggiro tra le varie conferenze, cercando quelle più attuali e stimolanti, mi soffermo ad osservare uno stand di libri tra i quali spicca “La cimbra y el arco” (la centratura e l’arco) un libro di Carlos Martì Aris,  che ricevo in omaggio e che, finalmente, oltre che di architettura e città, parla anche di bellezza! 

Tra le più importanti tematiche affrontate nelle conferenze tenutesi dal 28 giugno al 3 luglio si segnalano alcuni titoli come Sintonizzarsi, ovvero l’architettura che esplora la sua dimensione poetica, attenta ai contesti materiali, culturali e affettivi. Attraverso una lente sensibile e giocosa, abbraccia forme inaspettate di bellezza, l’ordinario e la composizione come principi generativi per la progettazione e per il significato dell’abitare. Diventare più che umani, l’ecologia in architettura richiede di andare oltre l’uso della natura come mero mezzo di estrazione. Richiede l’esplorazione di strategie resilienti e adattive per trasformare città e territori, affrontando le problematiche legate al clima, alla gestione delle risorse idriche, al suolo e alla biodiversità. Diventare circolari, in contrasto con il modello di produzione lineare, dobbiamo muoverci verso pratiche fondate sui cicli spaziali, materiali ed energetici. La priorità è data al recupero del patrimonio edilizio esistente, promuovendo la prossimità, l’efficienza energetica e l’economia delle risorse al fine di ridurre l’impronta di carbonio. Riscrivere i metabolismi territoriali, il futuro dell’edilizia abitativa e diritto di rimanere, e gli Urbanismi del riutilizzo attraverso la mappatura dei flussi materiali. Preparare il terreno: ecologie del suolo nella trasformazione urbana, Pratiche di cura: cicli di abitabilità. Diventare espressivi: la ricerca sui materiali si confronta con i processi costruttivi e le tecnologie di fabbricazione, integrandone i valori ambientali, l’impatto sociale e le qualità espressive. Allo stesso tempo, esplora il loro potenziale strutturale, i sistemi di assemblaggio e l’adattabilità nel tempo. Diventare interdipendenti: l’architettura richiede politiche spaziali che promuovano il diritto all’abitazione, la prospettiva di genere e l’interdipendenza. Tutto questo implica ripensare le forme di coesistenza basate sulla cura, la cooperazione e la solidarietà come motori di emancipazione sociale. E poi ancora Dinamiche su scala planetaria – relazioni geopolitiche, quadri legislativi, digitalizzazione e intelligenza artificiale – plasmano le realtà locali e influenzano la vita quotidiana. Sviluppare una consapevolezza critica invita a esplorare le loro implicazioni e potenzialità per la pratica spaziale. Archivi planetari: memoria, tempo geologico e immaginazione ecologica, Territori estrattivi: geopolitica materiale ed ecologie della resistenza, Territori della violenza: memoria, infrastrutture e giustizia spaziale, Architetture dell’informazione: sistemi, visibilità e territorio digitale. Tutta questa quantità di temi, anche retorica e ridondante per certi versi, si è articolata nei tre giorni intensi di confronto, durante i quali hanno spiccato alcune pregevoli conferenze come quelle di Shigeru Ban, sul rapporto tra architettura e materiali, o di Lacaton e Vassal.

L’ultima giornata aperta al pubblico del congresso UIA, il 3 luglio è stata la più intensa, e ha visto il clou anche delle performance espositive dei talk, organizzati nella bellissima cornice delle Tres Cimineis, ovvero l’ex inceneritore della città, da tempo trasformato in una Factory. Mentre la sera si è tenuta la sontuosa cerimonia, per il premio alla carriera a Eduardo Souto de Moura, meritatissimo riconoscimento. Vorrei far notare che, nella cornice sontuosa della Sagrada Familia, dove si è svolta la cerimonia, quando è stato conferito il premio, insieme all’architetto portoghese, era presente IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PORTOGHESE. In Italia a parte qualche rara occasione (vedi per il Renzo nazionale), nessun alto rappresentante si è visto a fianco a qualche architetto in occasioni simili. Segni di civiltà e vitalità. Per il resto il congresso ha dato alcuni ottimi spunti nelle conferenze, e ancora numerosi protagonisti della scena internazionale si sono dichiarati tutti orientati a sensibilizzare i molti giovani presenti (tanti davvero) ai temi ambientali, oltre ogni moda. 

Ma occorre ancora una volta prender atto che i protagonisti assoluti, in questa come in altre occasioni sono i catalani, che si sono presentati con una bellissima mostra parallela dal titolo “Seny I Rauxa” (Prudenza e Coraggio, ma anche “genio e sregolatezza”), dove si descrive la parabola straordinaria dell’architettura, tra Barcellona e la regione, degli ultimi circa quarant’anni, di questa avanzata parte del mondo. Una mostra dove architettura, urbanistica, design, sono tutti protagonisti senza prevaricazioni. Altro che la misera rassegna del MAXXI sull’architettura italiana, tentativo provinciale di mettere in mostra il nulla, con tutto il rispetto per i partecipanti. Del resto, guardate le foto dei padiglioni tra i quali l’Italia, (in questo caso con Germania e Francia, paesi in picchiata come noi) dove hanno messo insieme un paio di foto, qualche planimetria, un video, relegata in un angolo invisibile degli spazi espositivi, a rappresentare il mero apparato burocratico e di scarsa efficacia che da tempo ci siamo meritati. Emergono di nuovo il Portogallo, la Spagna, la Gran Bretagna, alcuni paesi africani, l’India, stati dove, in pratica, non i sistemi ordinistici sono posti a tutela della qualità, ma associazioni, enti sganciati da logiche e consorterie che guidano la professione e il dibattito culturale. Unica italiana presente ieri e premiata per meriti di ricerca, è stata Paola Viganò, l’occasione è stata ottima anche per aver rivisto con piacere tanti amici catalani, spagnoli, italiani.

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